NUMBERING FACES
«Col tempo. The W. Project» and the ways of pre-vision

Péter Forgács’s installation "Col tempo. The W. Project", presented at the Venice Biennale 2009, explores the ancient topic of the human face starting from materials produced and collected by the Austrian doctor Josef Wastl (1892-1968). Forgács has selected images from this scientific archive – made of thousands of photographs and short films – and has created seven rooms, each one with a particular atmosphere. The viewer’s gaze assumes, from time to time, a different position of vision: the glance cannot be neutral but it is always conditioned by visual stereotypes and cultural prejudices. We can say that the practice of vision is involved in a double canonization process, both active and passive: the vision cannot be free from typing and the other’s face can never appear in itself.
L’antico paradigma dell’interpretazione dell’uomo a partire dall’analisi di tratti del volto e del corpo torna a fare mostra di sé nell’installazione Col tempo. The W. Project di Péter Forgács realizzata presso la 53esima Biennale d’arte di Venezia, Fare mondi (7 giugno – 22 novembre 2009). Forgács torna con mezzi nuovi a frequentare i luoghi ambigui della fisiognomica : ambizioso e ostinato tentativo di comprendere la natura di ciascun individuo attraverso lo studio delle forme e delle espressioni corporee. Sulla scia di Le Brun, Gall, Camper, Lombroso e soprattutto Bertillon (La photographie judiciaire, 1890; Identifications anthropométriques, 1893), il medico austriaco Josef Wastl (1892-1968) ha misurato, raccolto campioni, rilevato impronte di mani e piedi, fotografato e filmato centinaia di esseri umani in villaggi e campi di prigionia al fine di classificarne i tratti e stilare un catalogo delle devianze razziali. Tra i materiali frutto delle sue osservazioni condotte tra la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, rinvenuti nel 1998 presso il Dipartimento di antropologia del Museo di Storia Naturale di Vienna, si segnalano numerose bobine di film a colori in formato 16mm (per lo più filmati brevi compresi tra i 6 e i 12 secondi) che costituiscono la base dell’installazione di Forgács.
Mediante l’individuazione e l’analisi dei modi di rappresentazione con cui Forgács sceglie di riassemblare i materiali di Wastl e di presentarli allo spettatore, si faranno emergere le dinamiche costruttive sottese alle pratiche dello sguardo attivate nelle varie stanze che compongono l’installazione. L’artista crea degli ambienti di visione caratterizzati ciascuno da una «tonalità» di sguardo differente, in modo che lo sguardo dello spettatore assuma di stanza in stanza una posizione di visione diversa. Forgács mira a mettere in luce l’impossibilità di uno sguardo neutro: la percezione dell’altro è mediata da una serie innumerevole di condizionamenti e di strutture pre-giudicanti che ordinano e classificano secondo schemi pre-ordinati il senso del volto o del corpo altrui. L’altro non ha accesso al mio orizzonte esperienziale secondo modalità proprie e originali, ma è già da subito pre-visto dal mio sguardo. La videoinstallazione, indagando i limiti estremi dei protocolli di identificazione e di archiviazione dell’Altro, si configura in ultima analisi come un’esplorazione della cecità dello sguardo
L’antico paradigma dell’interpretazione dell’uomo a partire dall’analisi di tratti del volto e del corpo torna a fare mostra di sé nell’installazione Col tempo. The W. Project di Péter Forgács realizzata presso la 53esima Biennale d’arte di Venezia, Fare mondi (7 giugno – 22 novembre 2009). Forgács torna con mezzi nuovi a frequentare i luoghi ambigui della fisiognomica : ambizioso e ostinato tentativo di comprendere la natura di ciascun individuo attraverso lo studio delle forme e delle espressioni corporee. Sulla scia di Le Brun, Gall, Camper, Lombroso e soprattutto Bertillon (La photographie judiciaire, 1890; Identifications anthropométriques, 1893), il medico austriaco Josef Wastl (1892-1968) ha misurato, raccolto campioni, rilevato impronte di mani e piedi, fotografato e filmato centinaia di esseri umani in villaggi e campi di prigionia al fine di classificarne i tratti e stilare un catalogo delle devianze razziali. Tra i materiali frutto delle sue osservazioni condotte tra la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta, rinvenuti nel 1998 presso il Dipartimento di antropologia del Museo di Storia Naturale di Vienna, si segnalano numerose bobine di film a colori in formato 16mm (per lo più filmati brevi compresi tra i 6 e i 12 secondi) che costituiscono la base dell’installazione di Forgács.
Mediante l’individuazione e l’analisi dei modi di rappresentazione con cui Forgács sceglie di riassemblare i materiali di Wastl e di presentarli allo spettatore, si faranno emergere le dinamiche costruttive sottese alle pratiche dello sguardo attivate nelle varie stanze che compongono l’installazione. L’artista crea degli ambienti di visione caratterizzati ciascuno da una «tonalità» di sguardo differente, in modo che lo sguardo dello spettatore assuma di stanza in stanza una posizione di visione diversa. Forgács mira a mettere in luce l’impossibilità di uno sguardo neutro: la percezione dell’altro è mediata da una serie innumerevole di condizionamenti e di strutture pre-giudicanti che ordinano e classificano secondo schemi pre-ordinati il senso del volto o del corpo altrui. L’altro non ha accesso al mio orizzonte esperienziale secondo modalità proprie e originali, ma è già da subito pre-visto dal mio sguardo. La videoinstallazione, indagando i limiti estremi dei protocolli di identificazione e di archiviazione dell’Altro, si configura in ultima analisi come un’esplorazione della cecità dello sguardo

