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a cura del Dottorato di Ricerca in Culture della Comunicazione | Università Cattolica del Sacro Cuore
book
2011
cover
Steven Maras
Screenwriting
History, Theory and Practice
Wallflower Press, London & New York 2009
pp. 228
 
Con una campata che va dal cinema delle origini agli orizzonti aperti dalle nuove tecnologie stereoscopiche, l’australiano Steven Maras pone al centro della sua disamina una domanda centrale – “cosa significa scrivere per il cinema?” – raccomandando di non prendere il termine screenwriting nell’accezione classica, aprendosi bensì a possibilità che contemplano modi di scrittura che valichino la pagina scritta. Fondamentale, per l’autore, è intendersi sulle nozioni di Conception ed Execution – relative alle fasi di preproduzione e produzione vera e propria di un film – che, a seconda dei passaggi storici e delle cinematografie nazionali, sono da pensare come momenti del processo produttivo diacronici o sincronici. Screenwriting è il risultato di una ricerca che riunisce spunti di diversa natura – alcuni più teorici, altri di tipo storiografico, altri ancora più simili a libere suggestioni – dichiarando, per la comprensione stessa dell’argomento, l’irrinunciabilità di ognuno di essi. Lontano dalla cerebralità a volte concettosa di alcune derive dei Film Studies, ma anche dal pragmatismo spesso riduttivo di certi teorici della sceneggiatura americani, Maras getta un ponte tra mondi apparentemente lontani (la teoria e la pratica, ma anche il passato e il futuro) con diversi meriti. Prima di parlare della sovversione delle regole, per esempio, riconosce la loro importanza per l’evoluzione del mezzo cinematografico. Senza idolatrare i modelli – anzi prendendone le distanze – recupera in modo critico una disciplina spesso sottovalutata in ambito accademico, la storia della manualistica americana, assegnandole comunque un ruolo fondamentale all’interno della storia delle idee e della loro diffusione.

In questi termini, dimostra come l’attività di sistematizzazione delle tecniche di scrittura, addirittura febbrile nel primo decennio del Novecento, dica molto del contesto produttivo e sociale di riferimento e possa aiutare a cogliere alcune logiche dei processi produttivi nel cinema hollywoodiano del nuovo secolo. Oltre la comprensione del ruolo dello sceneggiatore e la conoscenza delle regole della scrittura, il suo lavoro si spinge su terreni esplorati ancora con timidezza, come nella provocazione di Ken Dancyger e Jeff Rush (Alternative Scriptwriting. Writing beyond the Rules, Focal Press, Boston 1995, tr. it: Il cinema oltre le regole. Nuovi modelli di sceneggiatura, Rizzoli, Milano 2000), per portarsi ancora più lontano – ed è una parte del libro che promette di lanciare nuove sfide – proponendo un “approccio pluralistico” alla scrittura per il cinema. Secondo questo criterio, bisogna scindere la nozione di “sceneggiatura” da quella di “scrivere per lo schermo”: è un concetto che attraversa l’intero volume ma che, nelle ultime pagine – attraverso vari contributi che vanno dalle tecniche di improvvisazione sui set di Mike Leigh ai metodi lavorativi di campioni dell’immaginario come George Lucas e James Cameron – s’inoltra più profondamente nel quesito se il senso di un film possa essere comunicato senza passare attraverso il medium sceneggiatura.

Le nozioni di “autore” e di “creazione” sono messe alla prova da tecnologie sempre più sofisticate, il cui avvento sta modificando in maniera rilevante la prassi produttiva hollywoodiana. Secondo l’autore le nuove tecniche stereoscopiche permetterebbero all’atto creativo originario di avvicinarsi, come tempi e modalità, alla fase più propriamente realizzativa, consentendo proprio la sovrapposizione di Conception ed Execution, al centro della riflessione sulla comprensione stessa dell’oggetto sceneggiatura; oggetto dal significato instabile e incerto già quando era ancorata alla carta, divenuta ora pratica ancora più dinamica ed elusiva.
Raffaele Chiarulli
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Manuel Castells
Comunicazione e Potere
Università Bocconi Editore, Milano 2009
pp. 665
 
Nella società in rete, giornali, radio, televisione e Internet non sono più il ”quarto potere”, ma l’essenza stessa dell’autorità e del dominio. I media sono quindi lo strumento stesso di legittimazione del potere: una visione che si allontana dalla teoria liberale classica del potere, fondata sull’utilizzo legittimo della forza fisica da parte dello Stato. È questa la tesi centrale dell’ultimo lavoro di Manuel Castells, Comunicazione e Potere (Università Bocconi Editore, 2009, pp. 665). Il sociologo, da sempre attento alle nuove dinamiche della società connessa in rete, prende le mosse a partire dalla sua opera più importante, la trilogia sull’Era dell’informazione, scritta negli anni Novanta. Ricostruita la definizione di rete, come un insieme di nodi interconnessi, privi di un centro ed estremamente flessibili, Castells intende dimostrare che, nonostante la nuova società globale sia profondamente diffusa e frammentata, il potere rimane concentrato nelle mani di pochi grandi soggetti. Sono le reti stesse a controllare la società e in questo tessuto si innesta il concetto di “attore-rete” .

Se le reti differiscono per obiettivi, tutte però generano “materiale culturale”, che rappresenta l’elemento essenziale per la coesione e il funzionamento della società in rete. Le idee insite nel materiale culturale possono raggiungere la popolazione di ciascuna rete soltanto attraverso l’esposizione alla comunicazione. Pertanto “il controllo delle reti di comunicazione, o l’influenza su di esse, e la capacità di creare un efficace processo di comunicazione e di persuasione” (pag. 47) rappresenta la chiave di volta per l’esercizio del potere all’interno della nuova società.

Rivisitando le teorie di Antonio Damasio in campo neuroscientifico, Castells fonda le premesse di tutta la sua analisi del rapporto tra media e politica sull’assunzione che “le relazioni di potere sono in larga misura basate sulla capacità di plasmare la mente umana mediante il trasferimento di senso attraverso la costruzione di immagini” (pag. 241). In questo scenario il ruolo delle nuove tecnologie digitali è inevitabilmente strategico, perché i messaggi politici e i leader non presenti sui media non esistono nella mente del pubblico. Nella società globale in rete la politica è ormai “informazionale”, cioè inevitabilmente legata alla circolazione di messaggi. Ma questo è soltanto il punto di partenza della nuova politica, che diventa sempre più mediatica e sempre più scandalistica. Per ottenere consensi si rivela utile abbattere l’avversario, facendo cadere su di lui un alone oscuro e negativo. È per questo che nelle campagne i candidati cercano gli scandali, spiando gli avversari e denunciandone i misfatti, fino anche a manipolare le informazioni in loro possesso, facendo leva sulle emozioni del pubblico.

La politica diventa tele-centrica, perché la tv è ancora il mezzo per eccellenza per raggiungere e influenzare un’ampia fascia di persone, anche se il pubblico non è più di massa, ma segmentato e diffuso lungo un articolato complesso multimediale. Per i leader politici è quindi fondamentale accedere ai media, passando attraverso accordi con i grandi gruppi mediali. Tra i vari case studies riportati da Castells, il più emblematico è rappresentato dal magnate Rupert Murdoch, che grazie alla “sua rete multimediale della News Corporation” ha potuto sostenere le dinamiche politiche in diversi paesi occidentali, riuscendo a far approvare leggi a vantaggio del suo business. L’esercizio del potere nella società diventa ancora più complesso in presenza di reti digitali, che amplificano la diffusione dei messaggi attraverso la viralità e ne fanno perdere il controllo.

La principale critica che sembra opportuno muovere all’opera di Castells è quella di un approccio deterministico, secondo cui le principali dinamiche sociali e il comportamento dei singoli individui sono condizionati in larga misura dall’innovazione tecnologica, vista come motore essenziale di uno sviluppo processuale. In effetti, nonostante il sociologo abbia difeso in più occasioni le sue opere dalle “accuse” di determinismo tecnologico, non è facile sfuggire a tali critiche perché nel corso del saggio l’autore sottolinea costantemente il ruolo dell’innovazione tecnologica nel contrasto tra le logiche del potere classico dei mass media e quelle dei new media (comunicazione mobile e Internet).

Se, da un lato, Castells riconosce un ruolo importante agli attori sociali nell’organizzare forme di contropotere, in grado di opporsi al dominio delle reti dominanti, dall’altro fa notare come tali forme di contropotere non possano affermarsi ed essere veicolate al di fuori dei mezzi di comunicazione. Le logiche di costruzione e disaggregazione del potere sono pertanto fortemente dipendenti dalla tecnologia e dall’innovazione tecnologica, che ha portato alla nascita dell’”auto comunicazione di massa”. Ed è proprio in questo nuovo ambiente fatto di connessioni punto a punto che si può generare dal basso un contropotere, volto a scalzare le reti dominanti e a imporre nuove immagini nella mente del pubblico. Per riuscire a essere efficace, il contropotere deve però accedere ai mass media, attraendo la loro attenzione, attraverso movimenti sociali di impatto, media events e forti propagande su Internet. Castells manca qui di analizzare in profondità il rapporto tra le logiche di potere e contropotere, limitandosi a osservare che i new media permettono di esercitare forti pressioni, modificando i detentori del potere, ma non le modalità con cui questo viene esercitato. I movimenti sociali che riescono a penetrare i mass media e a entrare nell’attenzione del pubblico possono pertanto affermare idee e valori nuovi, ma non escono dall’inevitabile logica del potere concentrato.
Francesca Burichetti
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